Testimonianze

Tra gli artisti e letterati che si sono occupati delle Fonti del Clitunno si possono ricordare Virgilio, Properzio, Plinio, Svetonio, Byron, Corot, Carducci, Ugo Ojetti, e, più recentemente, Nanni Balestrini e Markus Lüpertz.

Virgilio
Una delle prime testimonianze che riguardano le Fonti del Clitunno risale a Virgilio che nelle Georgiche scrisse "Hinc albi, Ctumne, greges et maxima taurus victima, saepe tuo perfusi flumine sacro Romanos ad templa deum duxere triumphos" ("Da qui, o Clitumno, le bianche greggi ed il toro, olocausto massimo, ripetutamente immersi nella tua consacrante acqua, avviarono ai templi degli dei i trionfi romani")

Plinio
Scrivendo a un suo amico Plinio il Giovane ci lascia la più ampia descrizione delle Fonti del Clitunno nell'antichità.
"Vidistine aliquando Cliturnnun fontem? Si nondum (et puto nondum alio qui narrasses mihi),vide; quem ego (poenitet tarditatis) proxime vidi. Modicus coliis assurgit, antiqua cupressu nemorosus et opacus. Hunc subter fons exit, et exprirnitur pluribus venis, sed imparibus; eluctatusque facit gurgitern, qui lato gremio patescit purus etvitreus, ut numerare jactas stipes et relucentes calculos possis. lnde non loci devexitate, sed ipsa sui copia et quasi pondere impellitur. Fons adhuc, etjam arnplissimum flumen atque etiam navium patiens; quas, obvias quoque et contrario nisu in diversa tendentes, transmittit et perfert: adeo validus, utilla, qua properatipse, quanquam per solum planum, remis non adjuvetur; idern aegerrime remis contisque superetur adversus. jucundum utrumque per jocum ludumque fiuitantibus, ut flexerint cursum, laborern otio, otiurn labore variare. Ripae fraxino multa, multa popLìlo vestiLintur: quas perspicuus amnis, velut mersas, viridi imagine adnumerat. Rigor aquae certaverit nivibus: nec color cedit. Adjacet templurn, priscum et religiosurn. Stat Clitumnus ipse, amictus ornatusque praetexta. Praesens nurnen, atque etiam fatidicum, indicant sortes. Sparsa suntcirca sacella complura, totidemque dei. Sua cuique veneratio, suum nornen: quibusdam vero etiam fontes. Nam praeter illum, quasi parentem caeterorum, sunt minores capite discreti; sed flumini miscentur, quod ponte transmittitur. Is terminus sacri profanique. In superiore parte navigare tantum, infra etiarn natare concessum; Balineum Hispelfates, quibus ilium locum divus Augustus dono dedit, publice praebent, praebent et hospitium: nec desunt villae, quae sequutae fluminis amoenitatem, margini insistunt. In sumrna, nihil erit, ex quo non capias voluptatem: narn studebis quoque, et leges multa multorum omnibus columnis, omnibus parietibus inscripta, quibus fons iIIe deusque celebratur. Plura Iaudabis, nonnulla ridebis; quanquam tu vero, quae tua hurnanitas, nulla ridebis."

Vale
("Hai mai veduto le fonti del Clitunno? Se non ancora - e credo di no, altrimenti me ne avresti parlato - valle a vedere. Io l'ho viste da poco e mi rammarico d'averlo fatto troppo tardi.
V'è una piccola collina tutta coperta da antichi e ombrosi cipressi: ai suoi piedi scaturisce una fonte da molte e ineguali vene, e prorompendo forma un laghetto che si spande così puro e cristallino che potresti contare le monete che vi si gettano e le pietruzze rilucenti. Di lì muove non per il pendìo del suolo ma per l'abbondanza e il peso delle sue acque. Ancora sorgente è già un ampio corso d'acqua capace di barche ciii dà il passaggio anche se procedono in direzione opposta. ~ così rapido che chi segue la corrente, sebbene in piano, non ha bisogno di remare; e a gran fatica si risale di remi e di pertiche. Entrambe le cose sono divertenti per quelli che fanno gite in barca, come volgono il corso, mutare la fatica col riposo o il riposo con la fatica. Le sponde sono ricoperte di frassini e di pioppi che le limpide acque tutti riflettono con verde immagine come se fossero sommersi. Il freddo delle acque potrebbe contendere con la neve; nè meno bello è il colore.
Sorge là presso un tempio antico e venerato. V'è dentro lo stesso dio Clitun no, avvolto nella pretesta che l'adorna. Nume benigno e fatidico lo dicono le sorti. Vi sono intorno parecchi ternpietti e altrettanti numi: ha ciascuno un culto e un nome; alcuni anche una fonte. Infatti oltre quella che è come la madre di tutte, altre ve ne sono più piccole, di diversa sorgente; poi si gettano nel fiume, sul quale è un ponte che divide lazona consacrata da quella profana. Dal ponte in sii è Consentito soltanto andare in barca, dal ponte in giù si può anche nuotare. Gli abitanti di Spello ai quali l'imperatore Augusto ha fatto dono del luogo, vi tengono un bagno pubblico e vi danno anche l'alloggio. Nè mancano ville che, seguendo l'amenità del fiume, sono poste sulle rive. Insomma non vi sarà cosa da cui non tragga diletto. Infatti potrai pure studiare, e su tutte le colonne e su tutti i muri potrai leggere un'infinità di iscrizioni di ogni genere di persone, che celebrano la fonte e il nume. Parecchie ne loderai, qualcuna ti farà ridere: ma forse, per la tua bontà, non riderai di nessuna.
Sta sano.")

Byron
All'età di 28 anni, nel 1816, George Byron intraprese un viaggio nell'Europa del Sud. Si fermò in Italia, paese di cui conosceva assai bene lingua e letteratura, per un lungo periodo. Stabilitosi a Venezia decise, nella primavera del 1817, di raggiungere Roma. Il viaggio che intraprese fu lo stesso di Goethe trent'anni prima. Passò così per l'Umbria e ne fu così impressionato che volle di nuovo attraversarla nel viaggio di ritorno. Così scriveva il 4 giugno del 1817: "Al ritorno vicino al tempio presso le sue rive, ebbi qualcuna delle famose trote del fiume Clitunno, il più grazioso fiumicello di tutta la poesia (Š)". La testimonianza si trasformò poi nei versi del quarto canto del Childe Harold's Pilgrimage"

CHILD HAROLD'S PILGRIMAGE (CANTO IV)

LXVI
But thou, Clitumnus! in thy sweetest wave
Of the most iiving crystal that was e'er
The haunt of river-Nymph, to gaze and lave
Her limbs where nothing hid them, thou dost rear
Thy grassy banks whereon the milk-white steer
Crazes - the purest God of gentle waters!
And most serene of aspect, and most clear;
Surely that stream was unprofaned by siaughters -
A mirror and a bath for Beauty's youngest daughters!

LXVII
And on thy happy shore a Tempie stilI,
Of smalI and delicate proportion, keeps,
Upon a mild declivity of hill,
its memory of thee; beneath it sweeps
Thy current's calmness; oft from out it ieaps
The finny darter with the glittering scaies,
Who dwells and revels in thy glassy deeps;
While, chance, some scattered water-iily saiis
Down where the shallower wave stili teiis its bubbiing taies.

LXVIII
Pass not unbiest the Cenius of the place!
If through the air a Zephyr more serene
Win to the brow, 'tis his; and if ye trace
Along his margin a more eioquent green,
If on the heart the freshness of the scene
Sprinkie its coolness, and from the dry dust
Of weary Iife a mornent lave it clean
With Nature's baptism, - 'tis him ye must
Pay orisons for this suspension of disgust.

LXVI
Ma tu, o Clitunno! dalla tua dolcissima onda del più lucente cristallo che mai abbia offerto rifugio a ninfa fluviale, per guardarvi dentro e per bagnare le sue membra dove nulla le nascondeva, tu innalzi le tue rive erbose lungo le quali pascola il giovenco bianco come il latte;o tu, il più puro Dio di acque miti, e il più sereno d'aspetto, e il più limpido, invero la tua corrente non fu profanata da carneficine - specchio e vasca per le più giovani figlie della Bellezza!

LXVII
E sulla tua felice sponda un Tempio, di minuta e delicata struttura, mantiene ancora, sul mite declivio di una collina, il ricordo di te; sotto ad esso scorre la tua placida corrente; spesso guizza fuori da essa il dardeggiante pesce dalle lucenti scaglie, che dimora e giuoca nella tua cristallina profondità; mentre forse qualche sperduto fiore di ninfea passa galleggiando ove il flutto meno profondo ripete ancora le sue gorgoglianti novelle.

LXVIII
Non oltrepassare, senza benedirlo, il Genio del luogo! Se uno zeffiro più sereno giunge attraverso l'aria fino alla tua fronte, è suo; e se lungo il margine tu t'imbatti in un verde più attraente, e la freschezza della scena riversa il suo refrigerio nel tuo cuore, e per un istante lo purifica dalla polvere riarsa della stanca vita, col battesimo della Natura, - a Lui tu devi volgere le tue orazioni per questa pausa nel tuo disgusto.


Carducci
Giosue Carducci arrivò a Spoleto nel giugno del 1876, per un'ispezione al Liceo. Accolto con entusiasmo dai circoli repubblicani della città chiese di essere accompagnato alla Fonti del Clitumno. Qui prese una serie di appunti. Il risultato fu "Alle Fonti del Clitumno" una delle più famose delle "Odi Barbare", la raccolta più matura del primo poeta italiano ad essere insignito del Premio Nobel.

ALLE FONTI DEL CLITUMNO
Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l'aure odora fresco di silvestri
4 salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l'umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l'onda
8 immerge, mentre

vèr lui dal seno de la madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
12 tondo sorride:

pensoso il padre, di caprine pelli
l'anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
16 de' bei giovenchi,

de' bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su 'l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivëi, che il mite
20 Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi
su l'Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
24 l'Umbrïa guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l'antica
patria e aleggiarmi su l'accesa fronte
28 gl'itali iddii.

Chi l'ombre indusse del piangente salcio
su' rivi sacri? ti rapisca il vento
de l'Apennino, o molle pianta, amore
32 d'umili tempi!

Qui pugni a' verni e arcane istorie frema
co 'l palpitante maggio ilice nera,
a cui d'allegra giovinezza il tronco
36 l'edera veste:

qui folti a torno l'emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l'ombre, tu fatali canta
40 carmi, o Clitumno.

O testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne' duelli atroce
cesse a l'astato velite e la forte
44 Etruria crebbe:

di' come sovra le congiunte ville
dal superbo Címino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
48 fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
52 dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salí grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
- O tu che pasci i buoi presso Mevania
56 caliginosa,

e tu che i proni colli ari alla sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sopra Spoleto verdi o ne la marzia
60 Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l'inclinata quercia il cuneo, lascia
64 la sposa a l'ara;

e corri, corri, corri! con la scure
corri e co' dardi, con la clava e l'asta!
corri! minaccia gl'itali penati
68 Annibal diro. -

Deh come rise d'alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
72 l'alta Spoleto

i Mauri immani e i númidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d'olio ardente, e i canti
76 de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro salïente vena:
trema, e d'un lieve pullular lo specchio
80 segna de l'acque.

Ride sepolta a l'imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
84 con l'ametista.

E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l'adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
88 del verde fondo.

A piè de i monti e de le querce a l'ombra
co' fiumi, o Italia, è de' tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
92 talamo è questo.

Emergean lunghe ne' fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
96 da le montagne,

e danze sotto l'imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
100 di Camesena.

Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l'Apennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
104 l'itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo Clitumno,
tutto: de' vaghi tuoi delúbri un solo
t'avanza, e dentro pretestato nume
108 tu non vi siedi.

Non piú perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori, vittime orgogliose,
trofei romani a i templi aviti: Roma
112 piú non trionfa.

Piú non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
116 - Portala, e servi. -

Fuggîr le ninfe a piangere ne' fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
120 nuvole a i monti,

quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procedé lenta, in neri sacchi avvolta,
124 litanïando,

e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d'impero
fece deserto, et il deserto disse
128 regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
132 maledicenti.

Maledicenti a l'opre de la vita
e de l'amore, ei deliraro atroci
congiungimenti di dolor con Dio
136 su rupi e in grotte:

discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicaro, empi,
140 d'essere abietti.

Salve, o serena de l'Ilisso in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana! i foschi dí passaro,
144 risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi,
e d'annitrenti in guerra aspri polledri
148 Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l'antica lode
152 io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l'acque
de l'Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
156 fischia il vapore.